Filatura e Tessitura

Filatura e Tessitura

La Coltivazione del Lino e della Canapa
Il panorama di una volta delle nostre montagne era caratterizzato da piccoli rettangoli azzurri di lino, verdi di canapa o biondi di frumento e orzo. Il lino e la canapa erano fondamentali per la realizzazione di stoffe e tessuti. La coltivazione del lino avveniva nei tratti più pianeggianti: dopo avere “sapunàt e sapàt”, ovvero zappato, il campo, si seminava. Giunto a maturazione, veniva raccolto e fatto essiccare; poi lo si liberava dai semi battendolo con un apposito mazzuolo di legno. La coltivazione della canapa era simile a quella del lino e, quando giungeva a maturazione veniva divelta stelo per stelo.

Macerazione e Gramolatura
Dopo la mondatura, il lino e la canapa venivano stesi sul terreno all’aperto, esposti a pioggia e sole per alcune settimane fino alla completa macerazione della scorza esterna; venivano poi fatti asciugare e seccare, quindi maciullati. Il lino veniva battuto con un mazzuolo di legno, la canapa veniva lavorata con la gramola (sfrantòia) per liberare le fibre dalla corteccia.

Spatolatura e Pettinatura
Per eliminare i frammenti di corteccia e rendere le fibre morbide ed elastiche, si procedeva alla spatolatura. La spàdola era una specie di sciabola di legno ricurva che veniva passata e ripassata sulle fibre stese su un apposito asse.

La pettinatura liberava le fibre dalle ultime impurità e le assottigliava. Si utilizzavano appositi pettini (spinàs) con chiodi taglienti a forma piramidale; generalmente si usavano tre tipi di pettine, di dimensioni diverse e con denti più fitti, per consentire un lavoro graduale.

La Produzione della Lana
Diffusissima era la presenza dei pastori e delle loro greggi, la cui attività era collegata alla lavorazione della lana.
Dopo la tosatura, la lana veniva sottoposta ad una prima selezione “ad occhio” per separare quella più corta da quella più lunga. Si procedeva poi con il lavaggio. Per sgrassarla, la lana veniva tenuta a bagno in tinozze con acqua calda e cenere, agitandola con bastoni, per una quindicina di minuti. Per il risciacquo la si poneva in cesti di vimini immersi in acqua corrente. Infine veniva distesa all’aria ad asciugare.

Filatura e Tessitura

Battitura e Oliatura
La lana veniva quindi “vergata”, cioè battuta con verghe flessibili di legno per pulirla ulteriormente e cosparsa di olio di lino per aumentarne l’elasticità e la resistenza. A questo punto la lana destinata al filo dell’ordito veniva pettinata, quella per la trama veniva scardassata. Pettinatura. La lana divisa in piccoli ciuffetti veniva lavorata strofinandola tra due pettini per eliminare a fondo le impurità, allineare i filamenti, e ottenere un filato liscio e regolare. La cardatura era praticata per le fibre corte. Dopo aver sminuzzato la lana con le mani e averla imbevuta di acqua e olio, veniva lavorata con lo scardasso, uno strumento munito di denti di acciaio, che la rendeva più morbida e omogenea.

Filatura
Nella filatura mediante il fuso, la filatrice prendeva dalla rocca (un bastone che reggeva l’ammasso di fibre) una piccola quantità di materia da filare, la fissava all’estremità superiore del fuso e lo faceva girare vorticosamente su sè stesso. Così facendo il filo si torceva e si allungava.

Col filatoio invece (carelì de filà), schiacciava un pedale che metteva in movimento la ruota e il fuso ad alette, collegati tra loro tramite una cordicella. Attaccava un pezzetto di fibre ad un rocchetto infilato sul fuso e la rotazione delle alette le faceva torcere formando il filo.

Si passava quindi all’aspatura, cioè l’avvolgere in matasse (attraverso l’uso dell’aspo rotante) il filo svolto dal fuso o dal filatoio. Le matasse venivano poi dipanate con l’arcolaio (ol ghéndol), avvolgendo il filo in gomitoli oppure su pezzi di canna (incannatura).

Tessitura
Il filato è ora pronto per la tessitura: la prima fase è l’orditura. Bisognava far passare varie volte attorno ai pioli dell’orditoio i fili necessarî per formare l’ordito dell’altezza voluta. Veniva poi l’imbozzimatura: i filati venivano impregnati di liquido colloso ottenuto dalla bollitura di pelli animali che gli conferiva una maggiore consistenza e resistenza. Infine l’insubbiatura consisteva nel disporre i singoli giri dell’ordito, l’uno accanto all’altro, sul subbio (una parte del telaio), per poter passare poi alla lavorazione col telaio.

Nel telaio a mano la tessitrice attraverso i pedali, imprimeva un movimento di “alzata” e “abbassata” ai fili dell’ordito. Messi i fili in posizione metà abbassati e metà alzati, la tessitrice tirava una navetta contenente una spola di filato, chiamato trama, e la faceva arrivare all’altra estremità del telaio. Poi cambiava movimento e posizione ai fili dell’ordito e ripeteva la spinta della navetta in senso inverso. In questo modo la trama si incrociava con l’ordito formando il tessuto.

Dopo la tessitura, i tessuti di lino e canapa dovevano essere lavati con acqua e cenere e poi esposti al sole e bagnati in continuazione; diventavano così più bianchi e morbidi. Per la lana la procedura prevedeva diverse fasi, prima fra tutte il purgo. Il tessuto veniva raschiato con coltelli e mollette e trattato con acqua saponata calda. Nella follatura il panno veniva sottoposto a varie compressioni in condizioni di umidità e calore, facendo saldare tra di loro i filamenti, diventando così compatto e spesso. Dopo queste operazioni il tessuto era raggrinzito e di dimensione irregolare; perciò andava asciugato sotto tensione. Veniva portato quindi al tiratoio (ciodéra), una serie di traverse di legno sulle quali veniva tirato attraverso meccanismi appositi. La rifinitura proseguiva con la garzatura (sul tessuto umido si strisciava un telaino con cardi vegetali) e la cimatura (si pareggiava l’altezza del panno con apposite forbici). Con tinteggiatura, stiratura e confezionamento si giungeva al prodotto finito.

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